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martedì 15 aprile 2014

Sono l'idolo di me stesso a sedici anni.

[...ma io ero più grasso e castano]


No, che poi uno finisce pure per “sentirsi in colpa” (per cosa? Verso chi? A che pro?) a non scrivere da un po’ sul blog. Bisogna non avere niente da fare per trovare il tempo. Ma non un “niente da fare” qualsiasi, un “niente da fare” di classe, di quelli che ti gusti nella piena consapevolezza dell’inutilità del momento. Poi sto lavorando a una nuova raccolta di poesie, quindi mi viene da fare le allitterazioni, che ce lo diceva già Cicerone che è una cosa che non si fa nella prosa; tanto quanto in M1 si può indulgere, ma in queste robe qui pseudo-esistenziali no. Peraltro, rileggendo, noto un indebito abuso di virgolette e diacritici vari, che mi fa un po’ incazzare. Devo riprenderci la mano.
Ma veniamo a noi.
L’altro giorno, mentre ero a correre con un amico (ok ok ok. Qui si apre una parentesi non da poco. So che è ridicolo. Me lo dico ogni volta che mi vedo con le scarpe da ginnastica. Però voglio mangiare e al contempo non imbolsirmi più del dovuto, e non mi ci vedo in versone bulimico… Comunque se sul lungo Po vedete uno tipo il Pinguino di Batman tutto sudato e ansante, sono io), ci siamo resi conto di una cosa. Se esistessero i viaggi del tempo, saremmo gli idoli di noi stessi sedicenni.
Mi spiego meglio: a sedici anni sognavo la musica, la letteratura e le donne. Ero tipo un buffo personaggio uscito da Vol. I di Brunori, per intenderci. 


Ecco, a sapere che avrei scritto un libro, che avrei suonato su bei palchi e registrato pure qualcosa di buono, che mi sarei brillantemente laureato in robe intellettualoidi, che mi sarei fidanzato con una figa (intellettualoide pure lei, per giunta), sarei impazzito di gioia, mi sarei un sacco stimato, mi sarei messo addosso una maglietta con me stesso ritratto sopra.

In questi dieci anni, purtroppo, sono sopraggiunte deliranti paranoie su crisi, lavoro, realizzazione, soldi… Tutte cazzate! Ma tenetevelo voi il lavoro serio! Sono l’idolo di me stesso sedicenne, serve altro?

venerdì 15 novembre 2013

Pegasus, le mie poesie e la Generazione Silvio.



Avevo tre o quattro anni, e ai tempi i cartoni animati li facevano un po’ dappertutto sulle reti Mediaset (e a qualsiasi orario). Il Cavaliere non era ancora sceso in campo, ma mio padre provava già una certa ostilità per questi palinsesti così scemi, privi di contenuti, ricchi di pubblicità e “oscurantisti”. Sicché il suo “Bravo, rimbambisciti con Berlusconi” rimbombava con una certa frequenza nella mia testolina di infante. Ma, sia lodato il lavoro (degli altri), i suoi rimbrotti latitavano nei lunghi pomeriggi di inizio anni ’90, non interferendo nel mio precoce rincoglionimento cerebrale. Sono cresciuto quindi con un’idea decisamente distorta della realtà.
Ricordo per esempio di aver girato con mia madre una decina di negozi di musica, chiedendo il disco dei Bee Hive.

 
Sì, perché fu Mirko di Kiss me Licia, nonostante il taglio a la Malgioglio, a convincermi a diventare un musicista. Poi vabbè, il fatto che loro siano andati in turnè negli USA e io a Trofarello, non è rilevante.
Sempre in quegli anni mia madre, presa bene dal metodo Montessori e dalla convinzione che sarei diventato come minimo un genio del male, decise di farmi imparare precocemente a leggere. Creò un mostro che perde tempo a leggere/scrivere assurdità, questo lo sapete. A ogni modo, mi aveva comprato dei libroni pieni di immagini su Re Artù, sui pirati e soprattutto sulla mitologia greca (e poi ci si stupisce se mi piacciono il medioevo, il latino, la cedrata e le Tartarughe ninja); quest’ultima in particolare mi entusiasmò particolarmente. Era divertente, coinvolgete e soprattutto politicamente scorretta, roba che già da piccolo mi intrigava. E poi un pomeriggio, su Odeon tv, vidi loro.


Ricordo che una volta, alle elementari, mi causarono numerosi guai, i Cavalieri dello zodiaco. C’è da dire che io all'epoca ero una specie di ragionier Filini dell’intrattenimento pre-puberale: organizzavo gare, giochi e scherzi in gran quantità (e di gran qualità!), la prendevo quasi come una missione nei confronti dei miei amichetti lobotomizzati, che non sapevano divertirsi affatto. Fra le tante iniziative organizzai un torneo per vincere l’Armatura d’oro; ognuno era un cavaliere e blablabla si finiva a darsele di santa (Saint) ragione, perché “solo uno alla fine potrà trionfar”. Il tutto fino a quando Bruno/Fenix non fece uscire il sangue dal naso a Donatello/Crystal, con conseguenti note e punizioni varie.

Gli esempi di quanto i cartoni animati abbiano fatto precipitare la mia vita verso la stigmatizzazione sociale (ma anche verso l’elevazione spirituale) si sprecano. E non sarei nemmeno il primo a parlarne; noi della Generazione Silvio ben conosciamo il fenomeno. Mi sono limitato a questi due casi per un motivo preciso. Mirko di Kiss me Licia e Pegasus dei Cavalieri dello Zodiaco hanno una cosa in comune, oltre l’essere modelli di vita ben superiori ai vari Padre Pio, Lapo Elkann o Linsday Lohan; entrambi sono stati doppiati, in Italia, dal mitico (e quasi mi omonimo) Ivo De Palma, ancora attivissimo nel settore e amato dai fan per la sua disponibilità e per le numerose partecipazioni alle fiere del fumetto di tutta la penisola.

E per qualche bel gioco del fato, una ventina d’anni dopo i nostri destini si sono nuovamente incrociati. Ho inviato il mio libro di poesie a Ivo, che ha mostrato di apprezzarlo realizzando, di sua sponte, questa video-lettura:


Non so che dire, la cosa mi riempie di orgoglio; cazzo, ascoltare Pegasus che nel tragitto fra una Casa e l’altra tira fuori dalla tasca di bronzo il tuo libretto e ne legge qualche verso, non è una cosa da tutti i giorni.

martedì 2 ottobre 2012

Provincia paranoica




Ok, va bene, diciamolo, mi manca un pochino Milano. Infatti domani ci tornerò e dormirò sotto vari cavalcavia della circonvallazione finquando non mi daranno una maledetta stanza; costi quel che costi, mi incatenerò davanti al C.i.di.s. e vedremo chi l’avrà vinta, marrani.
È che ‘sta storia della vita tranquilla in provincia non mi ha mai convinto, e ormai sono mesi che stagiono lungi da ogni agglomerato di vita interessante.
Tornare nei posti dove si usciva da ragazzino, a parte un certo effetto Amarcord/si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio/non-ho-l’età, è quasi angosciante. Poi i locali nuovi, adatti al mio nuovo status di venticinquenne, sono i soliti posti da coppiette attempate di provincia; non so perché, mi vengono in mente "i Cesaroni" o "un Medico in Famiglia", insomma, quelle serie dove i giovani per divertirsi vanno a bersi una spuma al bar del quartiere oppure portano la fidanzata a mangiare in ristoranti con la tovaglia bianca dove si mangiano solo pizze e risotti, o ancora provano la marjuana in improbabili discoteche techno-punk popolate da dodicenni eroinomani.
Devo dire, qui in zona ci si salva per le enoteche e le birrerie artigianali, ma sono a chilometri di distanza e se devo prendere la macchina non posso bere e se devo bere non posso prendere la macchina, eccheccachio.
Mh, è vero, è un post un po’ abborracciato, tanto per fare il lagnoso – che mi piace tanto. Per farmi perdonare eccovi ‘sta bella canzone che ben si attaglia al tema dell'oppressione provinciale.


In realtà anche questa qui potrebbe andare:


Ok, passati in rassegna i gruppi alternativi di provincia, abbiamo toccato il fondo. Ho proprio bisogno di metropolitane e di Negroni. Ora.

martedì 15 novembre 2011

Iudicium - Truffaut (1959-1961)



Vi avevo promesso un consiglio cinematografico. In realtà avrei voluto fare una dettagliata recensione dei primi tre film di Truffaut. Purtroppo la pigrizia gioca brutti scherzi, quindi eccomi qui a scrivervi giusto due cosine a riguardo. In apertura, ascoltatevi la canzone qui sopra, è di un (da me amatissimo) gruppo di Torino, i Verlaine. Qui la loro pagina su Rockit, dove potete ascoltare tutto il loro album. Ebbene, proprio l'ascolto del suddetto pezzo mi ha fatto venire voglia di affrontare, in ordine cronologico e in lingua ufficiale, tutta la filmografia di Truffaut. E, di tanto in tanto, vi scriverò come procede l'impresa.
Il nome di Truffaut è legato alla Nouvelle Vague, ma è piuttosto lontano dagli sperimentalismi e dall'originalità, per esempio, di un Godard. Truffat è soprattutto un gran narratore, che sa scrivere storie e costruire personaggi (che in un caso travalicano addirittura i limiti del singolo film), ne narra disgrazie e gioie (soprattutto le prime, sia chiaro, e lo ringraziamo per questo), ne eviscera i caratteri.
Les quatre-cents coups (I quattrocento colpi, 1959) ci porta nel mondo dell'infanzia, che poi è un po' il mondo della poesia, di quella poesia della piccole cose, dei ricordi, delle esperienze. Un'infanzia non facile, conflittuale, che ci mette da subito in contrasto col mondo, coi genitori, con le regole stesse del vivere civile; il piccolo Antoine vorrebbe godersi la vita, per quel poco che può, ma si scontra con la realtà, che impone, reprime, ordina. Ma questo tema, che un altro registra avrebbe trattato con pesantezza, amarezza e angoscia, viene affrontato da Truffaut con una leggerezza, un'evanescenza, un'innocenza davvero poetica (nel senso più prosaico - scusate il gioco di parole - del termine), quasi a voler dire che è con gli occhi di Antoine, del bambino, che bisogna guardare alla vita, che bisogna sfidare il mondo e la società, non con la malizia e col senso di sconfitta degli adulti. Un film davvero delicato, nonostante, nel finale, le tematiche siano tutt'altro che facili e leggere, a metà strada fra fantasia e biografia, una biografia forse che appartiene un po' a tutti, almeno a livello spirituale.
Tirez sur le pianiste (Tirate sul pianista, 1960) è forse il film più particolare di questo primo periodo. Formalmente è un noir, si rifà palesemente al cinema americano di qualche decennio prima, ma con una gran carica di originalità e personalità. Charlie (interpretato da Charles Aznavour) fa il pianista in un locale e, tirato dentro dai suoi fratelli ladri, finisce in una faccenda di soldi, pallottole e rapimenti. Fin qui tutto normale, ma la novità di Truffaut sta nell'inserire, all'interno del classicissimo plot, una serie di elementi piuttosto decentrati: lunghi flashback sulla carriera da musicista di Charlie e sul suo primo matrimonio, lunghi monologhi su come approcciare la bella di turno, dialoghi surreali fra gangster dal cuore tenero (come Tarantino, trent'anni prima di Tarantino), intermezzi musicali completamente gratuiti... Insomma, un gioco cinematografico, che per un istante lascia da parte il piglio biografico ed esistenziale, ma non abbandona la poetica delle piccole cose e dei sentimenti.
Jules e Jim (1961) è ambientato nei primi del '900: è la storia di una grande amicizia, fra i due artisti-scrittori-bohemienne Jules e Jim, e del loro rapporto con Catherine (interpretata dalla bellissima J. Moreau), donna emancipata e decisamente "anni '60". Una triangolo amoroso, quindi, che all'epoca fece scandalo, ma che non può non dirsi assolutamente romantico e sentito, vitale, mai piatto e monotono, ma passionale, intenso, altalenante, in una parola, vero. Tre persone che, un secolo fa (all'epoca mezzo secolo fa), decidono di vivere secondo il corpo e non secondo le regole, seguendo l'arte e non la società. Fantastico il montaggio, fatto di vecchi filmati di repertorio, scene spesso giustapposte o parallele, tutto unito da una voce narrante e un'onnipresente attenzione formale alle inquadrature, soprattutto quelle ai piccoli gesti e oggetti quotidiani. Questi ultimi due elementi, in particolare, danno al prodotto un'aria fiabesca, trasognata, romantica, la stessa che, molti anni dopo, ritroviamo in Le fabuleux destin d'Amélie Poulain (Il favoloso mondo di Amélie, 2001) di Jeunet, che deve davvero tanto a Jules e Jim.
Guardare per credere.

venerdì 11 novembre 2011

Meditatio de Autumno novo V - V per X uguale L! Cinquata post, cinquanta iscritti, tanto ammmmore.

[Solo per voi aficionados in esclusiva uno scatto delle
ormai celebri giostre sotto la finestra della mia stanza.
La foto risale alla settimana scorsa, quindi prima del mio
attacco di legiostresonochiusemacisonoancoraicamionfobia,
quello di cui parlo nell'ultimo post]

Cinquantesimo post
. Va scritto molto velocemente, perché al momento ho cinquanta iscritti e sarebbe carino fare una cosa a tema, prima che il fatidico cinquantunesimo si iscriva. Fiftififti. Potrei fare un bel pippone sul fatto che siete tutti fighi voi che mi seguite, che quando avevo iniziato non speravo minimamente che sarei arrivato dove sono, che non mi merito tutto questo. Ma no, in realtà il mio piano di conquista del mondo è solo all’inizio, fra poco il mondo si accorgerà della mia grandezza e questo blog diventerà il crocevia della cultura occidentale.

Deliri fallocratici a parte, è interessante vedere come ho cominciato qui. In realtà scrivo su blog dal 2004, quando ero un giovine virgulto di diciassette anni e scrivevo cose ridicole più o meno come quelle che scrivevo oggi. In un raptus di modernismo (maledetto) ho cancellato tutto l’anno scorso e ho ricominciato qui su Cawarfidae, come Cawarfidae.

Il che è buffo. Perché fino ad allora mi ero sempre chiamato col mio nome e cognome, mi ero sempre presentato con la mia foto e tutto il resto. Quello che è cambiato da allora è che ora ci sono altri canali per “essere me stesso”, tipo i social network (ok, ok, non iniziate con le solite cose del tipo “ma per essere te stesso non devi andare su internet e cose così”, non intendo dire questo e non intendo dire che lì ho la mia vita. Anzi, ho un rapporto incredibilmente conflittuale con facebook, come dissi qui. Voglio solo dire che qui più che di me stesso parlo dell’immagine letteraria di me, del mio ruolo sociale di autore/personaggio). Per inciso, nella vita di tutti i giorni non scrivo cose in latino.

Vabbè.

Qualche volta si.Ma per scherzo.

Più o meno.

Va bene, ho cazzeggiato più del consentito, questo è uno dei primi miei post per nulla meditato e si vede. Ma mi perdonerete perché mi volete bene e perché sono bello e simpatico. Ci vediamo al cinquantunesimo iscritto e al cinquantunesimo post (che, udite udite, sarà un consiglio cinematografico).

martedì 21 settembre 2010

Meditatio limitis aestatis + furtivum iudicium: "Cuore amore errore disintegrazione" - Uochi Toki

E mi appresto a trasferirmi a Milano. Bisognerà superare il pregiudizio di fondo che un po’ tutti noi abbiamo nei riguardi di questa città. L’università è bella. Ma proprio bella bella, soprattutto se confrontata a quell’aborto pseudo-moderno di Palazzo Nuovo a Torino. Anche l’ambiente accademico non sembra male.
Mi mancheranno le serate torinesi, ecco. Ci ho messo tre o quattro anni ad ambientarmi, e ora mi devo dimenticare tutto e ricominciare. Dire bye bye ai Murazzi e buttare l’occhio verso i Navigli. Chissà se a Milano le ragazze lo sanno già, che la poesia è tornata di moda. Ho paura di no. Chissà se hanno più rispetto verso Darwin e la sua santa legge evolutiva. Chissà se ci sarà una nicchia biologica pronta ad accogliermi. Sono già stato fortunato a trovare una bella casa, in piazza Loreto. Ogni volta che ci passerò davanti rimembrerò quella bella violenza rivoluzionaria e partigiana, che non è male. C’è la metro sotto casa. I coinquilini mi piacciono. Poi ci saranno situazioni “strane” a Milano. Persone che vorrei vedere e non vedere allo stesso tempo. Il che mi lascia aperte parecchie strade. Il caffè a Milano non mi sembra un granché, e voi pochi lettori sapete quanto questo sia importante per me. Urge una spedizione per tutti i bar della città. Il duomo è bello, mi aveva detto il mio professore di Storia Medievale che dentro c’è un lampadario che viene direttamente da Cluny. Urge approfondimento. C’è una mostra di Dalì fino a gennaio. Ci sono tanti concerti. Urge un aggiornamento.
Sarò il vostro ambasciatore laggiù, oh amici torinesi. Vi dirò come sono le ragazze di Milano, cosa si beve lì, se anche lì si dice “preso bene” e “preso male” (le uniche due espressioni idiomatiche che sono entrate nel mio parlare senza particolari conflitti di coscienza linguistica), se la sera mettono musica reggae da qualche parte. Avrò di sicuro una bella colonna sonora, l’ultimo album degli Uochi Toki (un plauso per l‘abilità retorica nel cambio di soggetto).



Cuore Amore Errore Disintegrazione”, uscito da pochi giorni, è un discorso sull’amore. O meglio, sulle relazioni interpersonali. O meglio ancora, sul rapporto fra il protagonista e le donne. Fin qui, nulla di strano; ma il tutto ha una compattezza concettuale e retorica tale da superare anche l’idea di concept album: già con “Libro Audio” gli Uochi Toki avevano provato a dare una direzione precisa al discorso; qui però tutto è coeso, è quasi un unico, lungo e diversificato brano (non a caso i titoli dei pezzi, uniti, formano una frase unica), grazie alla comunanza dei temi, all’andamento narrativo e alla reiterazione di immagini, concetti, situazioni.
Ok, non è il consueto Iudicium. Volevo solo rendervi partecipi di quanto fosse figo questo album. Approfondirò e scriverò, magari.

giovedì 5 agosto 2010

Iudicium - "Sono all'osso" (Pan del Diavolo)


Ponte o non ponte, La Tempesta (alias Toffolo & company) stavolta ha addirittura attraversato lo stretto, per la sua folle e personalissima crociata in difesa del rock targato Italia. Siculi sono infatti Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, in arte Il Pan del Diavolo, che con il loro “Sono all’osso” si schierano fra le fila di Tre Allegri Ragazzi Morti, Luci della Centrale Elettrica, Zen Circus e compagnia bella.
Il disco, sulla scia dell’EP d’esordio, suona grasso e genuino, diretto ed esplosivo, penalizzato solo da una produzione un po’ troppo raffinata: ma spacca lo stesso, e lo fa solo con un paio di chitarre acustiche, una grancassa, e un piglio vagamente punk à la Violent Femmes.
Si comincia col blues-country-punk-vattelapesca di “Farà cadere lei”, in bilico fra voci urlanti e stacchi da delta del Mississipi (o è qualcosa di Siculo…?); “Pertanto”, invece, è un più scanzonato episodio di schizofrenia (“voglio fare tutto, ma tutto non si può fare [...], quindi faccio quello che mi pare”) in puro stile iu-es-ei; meravigliosa e grottesca, “Il centauro” ci porta in un ambiente (periferia? Squallida provincia?), fra il goliardico e l’osceno, immerso in un blues lento e cadenzato; con “Università”, ossia il disilluso canto di un giovane studente come tanti (e come me), si vira verso un folk più italico e personale, senza perdere in impatto e orecchiabilità; poi c’è “Blu Laguna”, ancora un pezzo al fulmicotone, fra il rock’n’roll dei primi Hormonauts e il sempiterno Buscaglione, ricco di suggestioni elvisiane e con un taglio narrativo che ricorda il Paolo Conte di “Boogie”; “Bomba nel cuore” vede la collaborazione degli Zen Circus, che con il loro apporto elettrico ci regalano un incendiario e brevissimo saggio di punk nostrano; il ritmo rallenta, e con “il boom” il duo palermitano si addentra ancora una volta nel country desertico americano, tentando un songwriting meno dirompente ma altrettanto interessante; testo bellissimo per “Il mistero dello specchio rotto” (“sarebbe stata pure l’ora, sotto la gonna ci si consola”), che riprende un po’ velocità ma soprattutto scopre un originale ritmo folk tutto meridionale; “sono all’osso” tradisce l’assioma secondo cui la title-track deve essere radiofonica o quantomeno prevedibile: accenni noise e testo irruento fanno di questo brano uno dei più originali dell’album; “Africa” convince soprattutto per il testo più disteso e malinconico; “Ciriaco” non spicca per originalità musicale, ma il testo ha alcune belle trovate (“voglio essere ricordato come cattivo”); “Scarpette a punta” riscopre il lato fiabesco della tradizione popolare, accompagnato da un inquieto e allo stesso tempo conciliante arpeggio di chitarra.
Insomma, l’ispirazione è tanta e sfaccettata. Ce n’è per tutti i gusti, ed è questa la carta vincente di Il Pan del Diavolo; certo, il livello non è sempre lo stesso, e forse una diversa distribuzione dei pezzi avrebbe reso il tutto più equilibrato.
Ma, tutto sommato, in culo all’equilibrio! I primi sei pezzi sono una manganellata fra le costole, da ascoltare tutti d’un fiato, poco importa del resto. È impressionante come due chitarre e una grancassa possano più di crash e big muff vari, quando sono in mani genuine e smaliziate come quelli di Il Pan del Diavolo.

sabato 15 maggio 2010

Alius Carmen - "Occitania"


Tralasciando la (ormai fastidiosa?) retorica pro-occitana, mettendo da parte il grottesco fatto che il testo era sul sito del "movimento giovani padani", che continua ad avere problemi di identità, dichiarandosi celtico-occitano-germanico-comunardo (spassosissimo il sito, che si fregia, nella sua grafica, di Alberto da Giussano e Mel Gibson nei panni di William Wallace, il tutto condito da una onciale davvero fuori luogo), passando oltre l'affaire Ferretti, di cui ho già scritto in un altro tempo e in un altro luogo, resta una gran bella poesia.


Occitania (Giovanni Lindo Ferretti)

Di là dal mio crinale, da cui si vede il mare,
d’autunno e in primavera con il tramonto sale
l’odore degli orti, il suono delle corti
un gusto di equilibrio, di misura
“mezura” che non dura.

s’intristisce la sera tra echi di dolore
e canti di preghiera:
è l’Occitania, che ancora si dispera.
Occitania: le donne, i cavalieri, i trovatori
i Catari, le corti d’amore.

Di là dal mio crinale, da cui si vede il mare,
d’autunno e in primavera con il tramonto sale
l’odore degli orti, il suono delle corti
un gusto di equilibrio, di misura
“mezura” che non dura.

Ai soldati che chiedono:
-come distingui un Cataro da ogni buon cristiano?-
Simone di Monfort,
comandante del Re in dotazione al Papa per la prima crociata,
risponde: -Uccideteli tutti: Dio riconosce i suoi-
Detto. Fatto. Uccisi tutti.
Occitans tous occis.

Di là dal mio crinale, da cui si vede il mare,
d’autunno e in primavera con il tramonto sale
l’odore degli orti, il suono delle corti
un gusto di equilibrio, di misura
“mezura” che non dura.

La notte inghiotte la sera,
sfiora la rosa, sfiora la lavanda
il giglio di Lorena con la croce di Roma
qui massacra e comanda:
non s’osi vivere, se non in penitenza
ubbidienza indulgenza.
Guai alle donne che devono servire
partorire in dolore, guai a chi le difende
e guai, guai a chi si arrende.
Monsegur anno 1244.

Occitans tous occis,
al rogo gli occitani: vecchi donne bambini
vivi morti feriti, malati e sani.

Al rogo gli Occitani!
e ancora gli par poco:
se ne infanga la memoria,
sbagliando la materia.
Il fango si fa terra,
germoglia e fiorisce la storia

Di là dal mio crinale, da cui si vede il mare,
d’autunno e in primavera con il tramonto sale
l’odore degli orti, il suono delle corti
un gusto di equilibrio, di misura
“mezura” che non dura.

la notte inghiotte la sera:
sfiora la rosa, inacidisce il miele
le donne d’Israele s’intristiscono in lor cuore
sanno che va male, va male a peggiorare
sanno di già che diaspora
diventa shoah.

Che i forni crematori sono il progresso dei roghi.
I forni crematori sono il progresso dei roghi.

Ma di là dal mio crinale, da cui si vede il mare,
d’autunno e in primavera con il tramonto sale
l’odore degli orti, il suono delle corti
un gusto di equilibrio, di misura
“mezura” che non dura.

s’intristisce la sera tra echi di dolore
e canti di preghiera:
è l’Occitania, che ancora si dispera.
E' l’Occitania, che ancora si dispera.


Breve sitografia ragionata:


Fastidioso addendum: la traduzione italiana del brano di Cesario che vi ho segnalato è abbastanza una porcata, essendo fatta dall'inglese. Chiedo venia.