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sabato 31 maggio 2014

Giovani e poesia



 [Ecco, forse lui era un po' troppo giovane...]

Da giovane appassionato di poesia e aspirante vate dei popoli e delle nazioni, mi interrogo spesso su come vadano le cose nel magico mondo dello scrivere in versi. Non che mi paghino per farlo eh, sia chiaro. Anzi, vi dirò, fra tutti i possibili temi da affrontare, quello dei soldi è il meno interessante. La poesia non si è mai venduta, non si comincerà certo adesso. E, tutto sommato, anche le bagarre sul self-publishing, sull’editoria a pagamento, sulle agenzie letterarie, sul crowdfunding mi annoiano abbastanza.
La percezione che la gente ha della poesia, invece sì, mi interessa; non tanto per fare il pop a tutti i costi, ché come sapete proprio non mi si attaglia, quanto piuttosto per capire su quale pianeta sono, e in quale tempo. Nemmeno lo scrittore più trascendentale può sottrarsi a questo collocarsi nel mondo, pena una sorta di autismo spacciato per autoreferenzialità mallarmeana.
Ecco, in questi due anni, muovendomi timidamente in un mondo che non conoscevo, quello dei poeti e dei critici, ho capito che anche la poesia è dominata dai vecchi. No no, non comincio con robe sulla rottamazione, sul “mandiamoli a casa” e cose simili, anche se ormai i blog famosi fanno soprattutto cose del genere. Anche perché, tutto sommato, la poesia si porta dietro un’aura di venusta solennità, se non da sempre almeno da quando, alle elementari, non compare sul sussidiario il faccione ipotetico di quell’orbo vecchiardo di Omero. E questo non è un male. La poesia è conservazione, è ricordo, è discendenza, e forse proprio l’eccesso del “nuovo” ha, a un certo punto, fatto scricchiolare il tutto. Eppure, se penso alla poesia, la prima immagine che mi sovviene non è quella di Berlusconi assistente geriatrico; è piuttosto quella di un bambino in piedi sulla sedia che recita filastrocche sul Natale, o quella di un sedicenne scapigliato (nel senso di spettinato, eh) che si strugge per una tizia vista in un bar… Quello che è cambiato, evidentemente è a questo livello. La poesia era una ragazzata, un gioco. Nel bene e nel male, sia chiaro: era una cosa non redditizia e non seria, quindi un po’ inutile e deprecabile, ma sapeva di fresca ingenuità, di genuina espressione, di interesse disinteressato.
Lo so, adesso pensate che stia per partire un pistolotto nostalgico sul mondo che fu, sui treni in orario, sulle bonificazioni dell’Agro Pontino e roba di questa risma. No. Non è che ci siamo di colpo tutti rimbecilliti, e non è vero che io sono il giovane salvatore poeta del nuovo millennio (cioè, questo un po’ è vero, ma non ditemelo troppe volte che poi arrossisco). I giovani non sono più interessati alla poesia perché ci sono tante nuove forme sintetiche e simboliche d’espressione, che si integrano meglio con la nostra vita, virata verso la semplificazione tecnologica e l’interconnessione. Niente di male, se non fosse che la poesia non è sostituibile al 100% con Twitter, con i cori da stadio, con la Pausini e con gli slogan pubblicitari; lo è, forse, per una buona parte, ma rimane una fetta di significazione che non può esservi trasferita: è la difficoltà. Il confronto con la complessità, con il multiforme, con i limiti e con le scalate del pensiero, delle emozioni, della lingua, queste sono le componenti che solo la poesia, fra i mezzi di comunicazione sintetico-simbolici, può raggiungere.
Non temiamo, dunque, la complessità, la profondità; non facciamoci schiacciare da un mondo così complesso da farci sfuggire nell’immediato, nel semplice, nel già dato. Non arrocchiamoci in posizioni di sicurezza, di coerenza, di pace: tentiamo il verso, che poi si cucca anche abbastanza.

Tutto ciò per dire che c’è ancora una settimana per partecipare alla selezione per poeti under-30 indetta da CFR edizioni: verranno scelte fino a 12 raccolte da pubblicare entro l’autunno del 2014. Finora le adesioni sono state misere (io parteciperò con una nuova raccolta, di cui avremo modo di parlare…), facciamoci sentire! Qui il link con il bando alla selezione, che è stata prorogata fino all’8 giugno.
Dunque trascrivete dai vostri bravi diari di scuola, dai vostri blog, dai vostri cassetti più reconditi e provateci!

martedì 15 aprile 2014

Sono l'idolo di me stesso a sedici anni.

[...ma io ero più grasso e castano]


No, che poi uno finisce pure per “sentirsi in colpa” (per cosa? Verso chi? A che pro?) a non scrivere da un po’ sul blog. Bisogna non avere niente da fare per trovare il tempo. Ma non un “niente da fare” qualsiasi, un “niente da fare” di classe, di quelli che ti gusti nella piena consapevolezza dell’inutilità del momento. Poi sto lavorando a una nuova raccolta di poesie, quindi mi viene da fare le allitterazioni, che ce lo diceva già Cicerone che è una cosa che non si fa nella prosa; tanto quanto in M1 si può indulgere, ma in queste robe qui pseudo-esistenziali no. Peraltro, rileggendo, noto un indebito abuso di virgolette e diacritici vari, che mi fa un po’ incazzare. Devo riprenderci la mano.
Ma veniamo a noi.
L’altro giorno, mentre ero a correre con un amico (ok ok ok. Qui si apre una parentesi non da poco. So che è ridicolo. Me lo dico ogni volta che mi vedo con le scarpe da ginnastica. Però voglio mangiare e al contempo non imbolsirmi più del dovuto, e non mi ci vedo in versone bulimico… Comunque se sul lungo Po vedete uno tipo il Pinguino di Batman tutto sudato e ansante, sono io), ci siamo resi conto di una cosa. Se esistessero i viaggi del tempo, saremmo gli idoli di noi stessi sedicenni.
Mi spiego meglio: a sedici anni sognavo la musica, la letteratura e le donne. Ero tipo un buffo personaggio uscito da Vol. I di Brunori, per intenderci. 


Ecco, a sapere che avrei scritto un libro, che avrei suonato su bei palchi e registrato pure qualcosa di buono, che mi sarei brillantemente laureato in robe intellettualoidi, che mi sarei fidanzato con una figa (intellettualoide pure lei, per giunta), sarei impazzito di gioia, mi sarei un sacco stimato, mi sarei messo addosso una maglietta con me stesso ritratto sopra.

In questi dieci anni, purtroppo, sono sopraggiunte deliranti paranoie su crisi, lavoro, realizzazione, soldi… Tutte cazzate! Ma tenetevelo voi il lavoro serio! Sono l’idolo di me stesso sedicenne, serve altro?

mercoledì 11 dicembre 2013

Forconi e forchette: la manifestazione degli studenti dell'11 dicembre.


Stamattina ho seguito per un paio d’ore il corteo di protesta degli studenti a Torino. Come per i disordini dei giorni scorsi, anche in questo caso non c’era un’organizzazione precisa, né un riconoscibile sostrato politico. Mi sono intrufolato fra i manifestanti in piazza Castello, per capire chi fossero, e ho filmato i loro volti, le loro discussioni e i loro slogan. Devo ammettere che il grado di civiltà di questi ragazzi è stato molto alto. Insomma, nel peggiore dei casi erano lì per saltare un giorno di scuola, non certo per assaltare vetrine o quant’altro. Sono molto diversi dai quindicenni con cui ho manifestato in passato io, qui c’è una sorta di pudore a parlare di partiti, ideologie: c’è molto spazio per i sentimenti e per gli slogan, di stampo soprattutto calcistico. Per un momento l’Inno di Mameli porta una ventata di destra (perché si, è triste, ma il nostro [bruttissimo] inno ha sempre paventato derive calcistico-nazionaliste), ma nel complesso prevale il qualunquismo. Qualunquismo, beninteso, molto più giustificato qui che fra “forconi”, scontenti e fascistelli dei giorni passati. Mi stupisco di un paio di bandiere della Pace.
Polizia, Carabinieri e Vigili urbani non fanno stronzate, sono attenti e cauti, e del resto i manifestanti non fanno mai niente di avventato. Sono teneri i capigruppo (probabilmente destrorsi, date le pelate e i bomberini) nella loro disorganizzazione, nel richiamare continuamente i ragazzi dietro gli striscioni, nel cambiare idea ogni 5 minuti sul percorso.
Disgusta pensare che anche dietro questo incontro, probabilmente, si celano le viscide spire di qualche squadrista di periferia; perché in fondo dietro quei giubbottini tamarri, quei tagli di capelli inguardabili, quella house di terza scelta dai cellulari, quei “minchia zio” e “bella fratè”, c’è tutto il diritto di avere paura per il proprio futuro e tutta la legittimità a manifestarlo ingenuamente, anche solo marinando la scuola per un giorno e saltellando al suono di “chi non salta del governo è”…