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martedì 21 ottobre 2014

Nuovo libro, nuova corsa!

'Nsomma, è passata l'estate e io non è che mi sia fatto troppo sentire nel frattanto. Però, giuro, mi sono dato da fare! E la prova è questa: ecco il mio nuovo libro!


Mi avete letto e supportato molto con il vecchio, ve ne ringrazio molto; ma adesso vi chiedo, se possibile, qualcosina in più! Ho infatti optato per l'auto-pubblicazione in e-book. Mania di onnipotenza, si, mi conoscente bene; ma è anche a fin di bene: potete averlo per meno di un euro (salvo promozioni, nel qual caso manco stiamo a contare i ramini)! Potete trovare il mio "Gli Dei muoiono di fame" (eccerto, che volevate per caso un titolo ottimista?) su Amazon, a questa pagina! Come sempre vi chiedo di condividere e diffondere il più possibile questa mia nuova creatura: fatemi sapere se vi piace, se volete collaborare in qualche modo, se volete che la presenti dalle vostre parti...
Ah, novità novità! Ho pure un sito vero, per darmi un tono! Questo, per la precisione! Seguitelo, o seguite la pagina Facebook del libro, per rimanere aggiornati riguardo eventi e presentazioni!

sabato 31 maggio 2014

Giovani e poesia



 [Ecco, forse lui era un po' troppo giovane...]

Da giovane appassionato di poesia e aspirante vate dei popoli e delle nazioni, mi interrogo spesso su come vadano le cose nel magico mondo dello scrivere in versi. Non che mi paghino per farlo eh, sia chiaro. Anzi, vi dirò, fra tutti i possibili temi da affrontare, quello dei soldi è il meno interessante. La poesia non si è mai venduta, non si comincerà certo adesso. E, tutto sommato, anche le bagarre sul self-publishing, sull’editoria a pagamento, sulle agenzie letterarie, sul crowdfunding mi annoiano abbastanza.
La percezione che la gente ha della poesia, invece sì, mi interessa; non tanto per fare il pop a tutti i costi, ché come sapete proprio non mi si attaglia, quanto piuttosto per capire su quale pianeta sono, e in quale tempo. Nemmeno lo scrittore più trascendentale può sottrarsi a questo collocarsi nel mondo, pena una sorta di autismo spacciato per autoreferenzialità mallarmeana.
Ecco, in questi due anni, muovendomi timidamente in un mondo che non conoscevo, quello dei poeti e dei critici, ho capito che anche la poesia è dominata dai vecchi. No no, non comincio con robe sulla rottamazione, sul “mandiamoli a casa” e cose simili, anche se ormai i blog famosi fanno soprattutto cose del genere. Anche perché, tutto sommato, la poesia si porta dietro un’aura di venusta solennità, se non da sempre almeno da quando, alle elementari, non compare sul sussidiario il faccione ipotetico di quell’orbo vecchiardo di Omero. E questo non è un male. La poesia è conservazione, è ricordo, è discendenza, e forse proprio l’eccesso del “nuovo” ha, a un certo punto, fatto scricchiolare il tutto. Eppure, se penso alla poesia, la prima immagine che mi sovviene non è quella di Berlusconi assistente geriatrico; è piuttosto quella di un bambino in piedi sulla sedia che recita filastrocche sul Natale, o quella di un sedicenne scapigliato (nel senso di spettinato, eh) che si strugge per una tizia vista in un bar… Quello che è cambiato, evidentemente è a questo livello. La poesia era una ragazzata, un gioco. Nel bene e nel male, sia chiaro: era una cosa non redditizia e non seria, quindi un po’ inutile e deprecabile, ma sapeva di fresca ingenuità, di genuina espressione, di interesse disinteressato.
Lo so, adesso pensate che stia per partire un pistolotto nostalgico sul mondo che fu, sui treni in orario, sulle bonificazioni dell’Agro Pontino e roba di questa risma. No. Non è che ci siamo di colpo tutti rimbecilliti, e non è vero che io sono il giovane salvatore poeta del nuovo millennio (cioè, questo un po’ è vero, ma non ditemelo troppe volte che poi arrossisco). I giovani non sono più interessati alla poesia perché ci sono tante nuove forme sintetiche e simboliche d’espressione, che si integrano meglio con la nostra vita, virata verso la semplificazione tecnologica e l’interconnessione. Niente di male, se non fosse che la poesia non è sostituibile al 100% con Twitter, con i cori da stadio, con la Pausini e con gli slogan pubblicitari; lo è, forse, per una buona parte, ma rimane una fetta di significazione che non può esservi trasferita: è la difficoltà. Il confronto con la complessità, con il multiforme, con i limiti e con le scalate del pensiero, delle emozioni, della lingua, queste sono le componenti che solo la poesia, fra i mezzi di comunicazione sintetico-simbolici, può raggiungere.
Non temiamo, dunque, la complessità, la profondità; non facciamoci schiacciare da un mondo così complesso da farci sfuggire nell’immediato, nel semplice, nel già dato. Non arrocchiamoci in posizioni di sicurezza, di coerenza, di pace: tentiamo il verso, che poi si cucca anche abbastanza.

Tutto ciò per dire che c’è ancora una settimana per partecipare alla selezione per poeti under-30 indetta da CFR edizioni: verranno scelte fino a 12 raccolte da pubblicare entro l’autunno del 2014. Finora le adesioni sono state misere (io parteciperò con una nuova raccolta, di cui avremo modo di parlare…), facciamoci sentire! Qui il link con il bando alla selezione, che è stata prorogata fino all’8 giugno.
Dunque trascrivete dai vostri bravi diari di scuola, dai vostri blog, dai vostri cassetti più reconditi e provateci!

lunedì 2 agosto 2010

Meditatio aestatis - II

Le località di mare, specialmente quelle liguri, specialmente quelle di ponente. Ci sarebbe da mettersi dall'alto a scrutarle, studiarle, scoprirne le dinamiche, le idiozie. E invece mi ci infilo da straniero, con due compari.
Le aspettative: grandi.
L'esito: enorme.
La spiaggia pubblica è fantastica, uno spicchio di entropia ghiaiosa e accattivante. M'infilo la mano in tasca e tiro fuori una moneta da due euro: il Dante incisovi sopra mi lancia uno sguardo di biasimo. Ridacchio e la lancio al barista, che ci allunga poco dopo i nostri caffè. Caldi. Come il caldo di fuori. Più del caldo di fuori. Ma si butta giù. Bè, fa schifo il caffè in questo bar. Forse nell'intero lungomare.
Ci dirigiamo verso uno spazietto di spiaggia libera, stendiamo alla benemeglio i nostri teli (il mio è corto, molto corto, mezzo stinco esce fuori e si griglia sulla ghiaia nera); lontani da ogni essere di sesso femminile con una minima parvenza di piacenza.
Mi tolgo la maglietta da nerd che ritrae una fantastica battaglia fra ninja e pirati, la arrotolo e la metto nella sacca. Il mio flaccidume pallido e smagliato è in mostra, ora. Inforco i ray-ban e mi accascio sul telo (corto). Leggo qualche pagina dell'Auerbach, forse una trentina. Forse mi addormento.
La pelle arde, poi s'impatina di umori. Magari metto la crema. Protezione to-ta-lis-si-ma. Rimarrò pallido, questo è certo, ma meglio pallido che rubicondo.
Coi due soci si parla di tante cose, tutte afferenti la sfera sessuale e tutte riguardanti le donne e tutte riguardanti le parti più sconce delle donne. Ci si lamenta, siamo lontani da ogni femmina abbordabile. Abbordabile, poi... Che "vorremmo" abbordare. Mah, uno di noi è figo. L'altro è normale. L'altro sono io. Si finisce a ridere e parlare di Giovanni Lindo Ferretti, Neruda, Umberto Smaila, Scatman, Moltheni, Cristiano Godano, Guido Gozzano. Rovisto nel cervelletto, non mi ricordo l'inizio di "il limine" di Montale. Cazzo cazzo cazzo cazzo.
Scopriamo poi, mentre i miei soci divorano dei/delle Fugassin (cose strane, buone, dolci, fritte) e io mi consolo col mio yogurt magro (che forse per contrappasso spero renda magro me, mangiandolo), che nei prossimi giorni "LA POESIA TORNA DI MODA". Sgraniamo gli occhi. Le donne saranno ai nostri piedi. Ma come cazzo fa "in limine"...?! Oggi mi servirà, se la poesia torna di moda. Le donne amano la moda. Noi siamo poeti. La poesia è di moda. Le donne amano i poeti. Le donne ci amano.
Si, ok, Aristotele è da ripassare.
E pure Montale, cazzo. C'era qualcosa sulle "gazzare", qualcosa sul "pomario". Mi sovvengono le lezioni sconclusionate e formidabili del prof. Ficara, su Montale, gli "ossi di seppia", "in limine". Ma non l'incipit, diavolacci neri.
Mi gratto il capo incrostato di salsedine, mentre ascolto i due. Sono d'accordo con loro, la poesia può funzionare. Io c'ho sempre provato. Cioè, ci ho provato una volta e ha funzionato. 100%. Colpo sicuro.
E allora ci buttiamo per le vie di Pietra Ligure mentre ad alta voce declamiamo i testi dei CSI e dei Marlene Kuntz. Dopo diversi metri ci accasciamo su una panchina sconsolati e piegati dalle risate. Ci innamoriamo di una negoziante. Ci andiamo a sciacquare a una fontana e poi a cambiare. Mangiamo una pizza OSCENA e prendiamo tre birre da asporto da 66 cl.
Ci panchiniamo di nuovo e parliamo di Fini, Berlusconi, Berlinguer, Fanfani, Peppone, Gramsci, Ratzinger, Calvino, Calvino l'altro, i quaccheri, Clinton, parliamo di me e del mio disinteresse per il bene comune e per la res publica, che di pubblico ha solo le grane.
Finisce la birra, magari si va al pub. Vecchi amici del mio socio, miei buoni e graditi conoscenti, un paio di volti nuovi. Il pub si chiama qualcosa tipo "lucertola" o "geko" o robe viscidose che camminano però. Intorno sparuti quindicenni orribili e tamarri. Poi c'è questo tipo, al nostro tavolo. I baffi, lo sguardo profondo e smarrito, la voce esile e infinita. Inizia a parlarmi di cose strane, egizi, fermentazione della birra, metempsicosi, cunicoli sotterranei di Torino, sigari. Lo ascolto ammirato e spaesato, mentre la mia birra piccola bionda non arriva.
Poi un'improponibile proposta di finire l'improponibile serata su un'improponibile spiaggia fumando improponibili canne e cantando improponibili canzoni di Ligabue. Rifiutiamo e ci dirigiamo alla macchina. Si va ad Alassio.
Che merda.
Non c'è nessuno.
I pochi che ci sono fanno schifo.
Le donne non amano la poesia nemmeno qui.
Certo, se recitassi loro in "in limine" (...vento, pomario, gazzare...). Ma in testa non arriva.
Solo un ragazzo forse slavo che ci chiede in inglese dove comprare preservativi qui alle due di notte. E se la fa con una slava bella e mora. Bravo! Massima stima. Domani saranno ad Amsterdam, mi dice.
Noi a Pietra Ligure.
La serata finisce con noi sul moletto, piedi verso l'acqua, patetici, poetici, poietici. Ascoltiamo le pisciate del mare e dei ragazzini ubriachi. Ci dondoliamo un po' sul sottile filo che divide l'essere patetici dall'essere Eletti.
E ci rimettiamo in macchina, tediati, mentre ascoltiamo gruppi noise californiani.
Ci ferma la polizia.
Gentilissima e simpatica! L'agente ci chiede i documenti, facciamo due chiacchiere, ci consiglia di accelerare lungo la via perchè più avanti ha appena lasciato andare una macchina con quattro ragazze single (e non singles, come ormai dovreste sapere).
Ce la ridiamo un po' e ripartiamo, ma non acceleriamo. La macchina era rosa, le donne con la macchina rosa non amano la poesia, anche se è di moda, non amano i poeti e forse nemmeno "in limine".
Ci infiliamo fra le colline. Ci infrattiamo con la macchina in un meandro fra le rocce. un luogo che avrei potuto usare per portarci una ragazza, una volta. E ora siamo noi tre poeti a lamentarci perchè stiamo stretti e fa freddo. Dormiamo tre ore.
Alle 7 si riscende in paese, ci si lava alla fontana della piazza, i denti, la faccia. Ci si fa una doccia sulla spiaggia, con il bagnoschiuma preso in un hotel cinque o sei anni fa. Si dorme tanto, sui teli, fino a quando il sole si fa bollente.
Poi si fa il bagno. Anche il giorno prima l'avevamo fatto, chissà perchè non l'ho detto prima. L'acqua è calda e buona e non è lurida come nei miei incubi di villeggiatura in Liguria, a ponente, a Pietra Ligure.
Quattro bei pezzi di ragazza prendono il sole, una pure in top-less. Si ride fra noi, si sogna fra noi un approccio fantascentifico ma molto poetico. Chissà se sanno che la poesia è tornata di moda. Ah, dimenticavo. "La poesia è tornata di moda" è il nome di una manifestazione orribile in cui si fanno sfilate di MODA con abiti POETICI, che dovrebbe svolgersi qui in questi giorni.
Si.
Fa schifo.
Però era tanto bella l'idea.
Saremmo stati irresistibili.
Scuoto il capo sorridendo, la pelle secca e riarsa. Mi butto sul telo fissando il cielo. Azzuro, grande, patetico pure lui. E rinfrancante.
Eccola, si. E' lei, finalmente. Mi torna in mente.

Godi se il vento ch' entra nel pomario
vi rimena l' ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell' eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall' erto muro.
Se procedi t' imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

(E. Montale - In Limine)


In due ore siamo di nuovo a casa, in città, soli, ognuno per se, più arrossati, più divertiti, più sconsolati. Io più spaventato. Poeti.