Qui di seguito la mia ultima composizione. Ho cercato di seguire la scia dei miei ultimi lavori, costruendo un pastiche retoricamente sostenuto, traendo materiali principalmente da tre opere preesistenti. Facciamo così, quello fra voi che azzecca più riferimenti (su Ergasterium - limando le parole ci sono già degli indizi) vince un negroni e magari pure una copia del mio libro "Dalla parte di Huàscar" (fossi in voi preferirei il primo, ma gli intellettuali siete voi...)!
Ti giuro foedus, un foedus eterno
oh Diana pelle d’ambra
che all’ombra del vestibolo
stabuli, fra bestie e speranze vane.
Lo gridi cento, mille volte a sera
lo sdegno verso il consorzio borghese
ma disperata, come una preghiera:
sparpagli la nebbia che t’attanaglia
la rabbia che t’ingabbia nel tuo ghetto
il gretto rumore dei tristi vecchi.
Ma cento, mille, ventiquattromila
baci concedimi ora,
bugie meravigliose
odiose illusioni d’appartenenza
l’Essenza, in questo giorno di follia,
perché il sole è alla forca, ma domani
monderà nuovamente la finzione;
l’unzione delle mie labbra s’impone
(guiderdone per un rito sì grande)
io t’appartengo, ci tengo, prometto.
Non è la raia offerta sul tuo altare
o altro animale di mare o di terra,
ma tetro olocausto umano, vitale.
Cerco l’Ircocervo il vortice di opposti il coacervo di virtù e vergogne le carogne di dei e di schiavi il vischioso miscuglio di demoni, monadi e idoli di youtube il vitello d’oro l’Uroboro il mondo che si morde la coda - dedalo di idiozie - bramosie di possedere l’Uno e il Tutto.
Questa e tante altre poesuncole sulla mia nuova pagina Facebook Ergasterium; lì pubblico (e ospito, qualora lo vogliate!) esperimenti, riflessioni, ripensamenti, etc... Seguitela e condividetela, amici!
Fra la prima e la seconda
fermata feci amicizia telepatica con un cinegro che mi si era infilato fra le
costole. Cinegro è una parola bellissima, non pensate male. Si usa nello slang
suburbano, tutto qui, i miei genitori sessantottini non avrebbero approvato, è
vero, ma loro non erano lì con me, e anche se ci fossero stati avrei dovuto
aver superato l’età della ricerca dell’approvazione dei miei comportamenti da
parte dei miei genitori – trionfo del genitivo – e dunque poche balle. Era
molto simpatico, in ogni caso, aveva studiato medicina ed era venuto a vendere
rose e bottiglie di birra; viveva ammassato in un monolocale con altri tre
connazionali, tre altri membri dell’utopica nazione di cinegria, in cui rose e
bottiglie di birra sono venerate come dee. Non gli dispiaceva tanto quella
vita, alla fine qui aveva la speranza di diventare ambasciatore di cinegria e
prendere il tè con gli altri ambasciatori, che da che mondo è mondo come
attività principale hanno quella di prendere il tè; nel paese da cui proveniva
erano tutti poveri, e ‘sto cazzo che lui ci credeva a quelli che dicevano che
tanto qui in Italia è peggio, che loro immigrati avrebbero fatto la fame e che
sarebbero stati sfruttati. Meglio questo che la morte. Fra le mie costole si
trovava molto bene, suppongo, ero quasi indeciso se fargli pagare o meno
qualcosa di affitto, non so, anche solo una birra delle sue o un check up
medico, data la sua Bildung. Gli proposi, sempre tramite la telepatia, di
aprire uno studio medico ambulante a poco prezzo, chessò, un euro o due, a
offerta libera, o come dicono oggi gli alternativi hipster dimmerda, “up to you”.
Sembrò interessato, peccato non avere avuto un notaio lì intorno per
formalizzare il nostro accordo e iniziare il business. La sua fidanzata era
rimasta in cinegria, quindi si era dovuto trovare una donna sostitutiva, si
chiamava Luna ed era abbastanza brutta, cicciottella, ma per quello a cui
serviva andava piuttosto bene. Mentre mi raccontava questo, avrei voluto
chiedergli di spostarsi un po’ più in là, perché per quanto figo non ero ancora
ai livelli di Cristo, quindi non sopportavo molto le perforazioni del costato
e, con tutto il rispetto per il mio nuovo amico, non mi sembra nemmeno
paragonabile alla leggendaria lancia di Longino. Però non lo feci, perché mi
vergognavo, chennesò io che in cinegria queste robe non siano ritenute profondamente
offensive. Poi ormai ero una specie di suo scudiero, lo avrei accompagnato in
giro per il mondo, era meglio non incrinare i nostri rapporti, meglio incrinare
la mia costola. Le luci scorrevano liete. Poi Iddio ci mandò un’altra mezza
apocalissi, facendo tremare tutta la metro. Si stava avvicinando un’altra,
esiziale fermata. Io ero abbastanza al sicuro, stavolta non sarei stato
calpestato tutti, né trascinato nell’oblio più assoluto. In quella fugace
primavera della vita, mi sentivo felice, col mio nuovo amico subaffittuario. Le
porte si aprirono, i sigilli si ruppero, specie si estinsero e altre nacquero.
Una mandria ci passò accanto. Disgraziatamente, afferrò il mio amico,
sradicandolo dal mio tronco ormai assuefatto e frantumandolo nella massa informe.
Ripresi a respirare, questo fu bene, ma soffrii incredibilmente, senza quella
parte di me, senza il mio amico telepatico. Provai ad allungare una mano, a
salvarlo, lui piangeva, io pure, quasi. Gridai verso di lui, come Atreiu gridò
per Artax quando questi si lasciò precipitare per disperazione nella Palude
della Tristezza. Aveva perso anch’egli la speranza.
In quelle condizioni
poteva essere molto difficile, se non impossibile, mantenere l’equilibrio. L’impari
lotta fra i ragazzini delle medie e l’accelerazione della metro (in favore,
inaspettatamente, dei primi) mi spingeva in direzioni mai esplorate da un
paraocchialuto come me: l’incavo fra sedili e portelloni d’accesso, lo snodo di
impegolata plastica fra i vagoni, l’inconsistente anello d’aria intorno ai
pali. Sembrava una di quelle scene da documentario, dove frotte di viscidi
serpenti si ingarbugliavano tutte per la stagione degli accoppiamenti, ma senza
il relativo rilassamento post-orgasmo, anzi, vittima di un senso di
inadeguatezza da non-oviparo; fuori, nel regno dell’Uomo Talpa, le rade luci di
emergenza saettavano in direzione contraria alla nostra, a intervalli
abbastanza regolari, e scandivano il nostro nuovo, personalissimo, tempo. Non
portavo già da tempo l’orologio, ma lì non mi sarebbe comunque servito, come
non mi servivano più le braccia o le gambe, ridotto com’ero a una spira fra le
spire. A ogni modo le luci correvano veloci, ormai non doveva mancare troppo, ma
mi accorsi di essere esattamente a metà fra un centinaio di abominevoli mutanti
in dirittura d’arrivo e i portelloni. Non volevo essere inghiottito, né scendere
così, per imbelle spirito emulativo, alla prima stazione (non che ricordassi,
lì per lì, la mia destinazione), né tantomeno volevo assecondare il flusso
limaccioso, uscire e poi rificcarmi a forza nella scatola mortale insieme a
migliaia di altre sardine eviscerate. Dovevo farmi forza, ricordare gli insegnamenti
del mio maestro, Splinter, lui sì che ne capiva di luoghi bui e sotterranei, di
tunnel inesplorati dall’uomo, manco era un uomo, in effetti, ecco, lui mi
avrebbe detto che quelli lì non esistevano, i mutanti intendo, che erano
illusioni, che l’ostacolo ero io, proprio io, e dovevo annullarmi, dovevo
sparire, assecondare con l’impalpabilità delle mie carni l’orda famelica, come
contro una raffica di vento, mettermi di lato, farmi sottiletta Kraft,
aerodinamicizzare il mondo intorno a me. Fu un disastro. La mia circonferenza
ventrale è notevole. I trucchetti da ninja funzionano solo con le tartarughe o
con quelli magri. Fui calpestato, sbranato, eroso, sgonfiato, sfibrato,
stracciato, gettato giù – per un attimo, aria vera, pura – poi issato nuovamente
su, impalato in una macabra lap dance di orrore, fatto addormentare e
risvegliare, giusto in tempo per vedere le porte chiudersi e una nuova
generazione di subumani circondarmi con i loro aliti tremebondi.
[No no, non è lui il protagonista del post. Ma pazientate, capirete.]
È passato così, puff,
senza clamore, senza destare à rebours o amarcord o j’accuse, quasi due
settimane fa. Probabilmente la sua importanza è stata annebbiata da quella del Giorno della Memoria. E dire che lo aspettavo da anni, questo anniversario. Cioè, è
proprio uno di quegli eventi che avrei voluto perpetuare davanti a un brindisi
o a un’overdose o a una maratona di Star Wars o a una memorabile partitona a
Lotta di Classe… E invece no, ho dormito fino a tardi, ho scribacchiato, ho
fatto una diretta in radio e basta, niente celebrazioni, incensi, messe nere o
sacrifici umani.
Certo, il 2014 non è un
anno qualsiasi per gli anniversari. Così, su due piedi, mi vengono in mente il
quarantennale della strage di Piazza della Loggia e del ritrovamento dell’australopiteco
Lucy (aneddoto da sussidiario), il trentennale della morte di Berlinguer e
quello dell’arrivo al Napoli di Maradona, il ventennale della morte di Kurt Cobain.
Ahhh, Kurt Cobain. Il 5
aprile 1994 si spara/viene sparato (questa è per gli allegri complottisti) a
Seattle, diventando un’icona del disagio giovanile. Io a quei tempi avevo sei
anni e mezzo, eppure la cosa in qualche modo mi segnò, e divenni, fra una
tartaruga ninja e un cavaliere dello zodiaco, l’orribile persona che sono oggi.
Ma prima, ben prima di tale fatidico giorno, un altro evento segnò me e la mia
generazione, ben più della fine della moda dei camicioni di flanella a quadri e
dell’eroina.
[Ho sempre desiderato i suoi maglioni di pelo.]
Che anno, il 1994. Andavano
un sacco di moda le pubblicità progresso contro l’AIDS e a favore del
preservativo. Era uscito il numero 2000 di Topolino. Il programma del Bagaglino di quell’anno si chiamava Bucce di
Banana, ed è stato l’ultimo trasmesso dalla Rai. Poi USA ’94 e quel rigore
sbagliato da Baggio, l’evento che mi ha fatto uscire dall’infanzia,
probabilmente. È stato l’anno del primo e unico film che mi abbia condotto
quasi alle lacrime, Il Re leone (si, vabbè, lo stesso anno sono usciti anche Il Mostro, Il
Corvo, Forrest Gump, Stargate, Il Postino, The Mask e soprattutto S.P.Q.R. dei
Vanzina).
Ma l’evento di cui parlo
è avvenuto prima di tutto questo.
Anche prima di quell’edizione
del Festivalbar in cui vinse (un anno dopo il Raf di Battito animale e un anno
prima di Tieni il tempo degli 883) un tremendo Umberto Tozzi con la pessima Io
muoio di te.
[Mi sanguinano le orecchie.]
Si si, prima pure dell’undicesima
edizione dei Telegatti, col trionfo di Mara Venier, Fiorello e Ambra Angioini,
di Stranamore, di Beverly Hills 90210 e di Mi manda Lubrano.
[Loooooooooser]
Addirittura prima di
quella pietra d’inciampo che fu Sanremo 1994, con la vittoria del celeberrimo
Alessandro Baldi (?) con Passerà (secondo e terzo in classifica? Giorgio
Faletti con Minchia signor tenente e Laura Pausini con La solitudine).
Ebbene, il 26 gennaio, ampiamente
superati i fasti di un luculliano Natale a base di Pandoro e Fantaghirò 3, il grande, memorabile, imperituro evento. Si presentò
in TV un ometto già visto e sentito prima, con un discorso bizzarro e
impostato:
["un nuovo miracolo italiano".]
“L'Italia
è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.
Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore.
Qui ho appreso la passione per la libertà” (ho trovato sul sito di repubblica il testo intero. Slurp.); ero convinto
che su qualche altra rete stessero facendo i cartoni animati, ma tutti i
vecchi si erano messi d’accordo per non farceli vedere, distraendoci con
stronzate come questa e con ampi (e infruttuosi) dibattiti sull’evento.
Non lo potevo sapere, ma
vent’anni dopo mi sarei ritrovato davanti a un PC a ricordare proprio quella
serata e a inorridire pensando che in tv e sui giornali c’è ancora lui, nemmeno
troppo invecchiato, a fare da protagonista, a dire e a fare le stesse cose e
soprattutto a interrompere i miei cartoni animati preferiti (perché sì, le
buone abitudini non si cambiano).
Fuori pioveva e avevo le
scarpe infangate. Le strofinai per terra subito dietro la linea gialla, tre o
quattro volte, mentre attorno cresceva il brusio delle settemmezza e la puzza
di mattino si faceva nuvola, intasando le narici e il buonsenso di vergognoso
disgusto per la vita. Il pavimento era un mare di linoleum nero a cerchietti,
rigato e sfaldato e ingrigito dal mio lavoro: zampettavo alternando il destro e
il sinistro, tirando il tallone indietro, memore delle urla della mia vecchia
professoressa di educazione fisica delle medie, che mi strillava continuamente
di sollevare quelle cavolo di gambe – e poi ci si domanda perché marinavo
quelle lezioni per giocare negli spogliatoi alle carte dei Pokémon. Non
guardavo le persone attorno a me, coi miei superpoteri potevo percepire che
stavano esponenzialmente aumentando e di conseguenza, con la mia superintelligenza,
potevo arguire che la metro stava per arrivare. Smisi di ruspare e alzai lo
sguardo verso il tunnel. Un puntino giallo si faceva via via lucciola fuoco
fatuo kamehameha cometa treno, e urlava come una cazzo di Banshee zitellona.
Ora che ci penso più che una kamehameha sembrava un hadoken; che poi già ai
tempi mi chiedevo, proprio per questo motivo, se Gouken, il maestro di Ryu e
Ken fosse stato compagno di banco di Muten, il Genio delle tartarughe, maestro
di Goku: c’erano un po’ troppe coincidenze onomastiche per i miei gusti, quindi
non approfondii mai la faccenda. Chiusi gli occhi e mi immersi nel
chiasso. Mi fece tornare fra i mortali una vecchia che voleva salire sulla
metro, che noi giovani eravamo sempre lì a perdere tempo e drogarci e usare gli
smàrfoh, che credo fossero gli smartphone. Mi feci spingere senza ritegno né
dignità virile dalla vecchia, e penetrai, in un grottesco amplesso corale,
l’ammasso di carne che strabordava dal treno. L’escatologico aroma di morte venne
sostituito da un più scatologico tanfo di merda, credo consustanziale alla natura
stessa della metropolitana, a lei connaturato, in poche parole compreso nel prezzo
del biglietto. Che curioso il corpo umano, alle settettrentaquattro,
presumibilmente un’oretta dopo il risveglio, già era in grado di produrre
ettolitri di sudore. Certo, è probabilmente che la metà dei miei amabili
compagni di viaggi non vedesse una saponetta da giorni o settimane. Se fossi
stato solo un pelino più razzista, avrei potuto scrivere un trattato sugli
aromi delle singole etnie, con tanto di tabelle, raffronti, miscugli, alberi
evolutivi, una figata insomma. Cazzo di genitori sessantottini, me lo avete
sempre impedito.
[continua, non so quando non so dove... Anzi, ora che l'ho scritto ve lo dico, continua qui]
Oggi un popolo decisamente più motivato, civile e organizzato rispetto a quello dei Forconi ha manifestato per le vie di Torino. Come l'altra volta ho seguito il corteo: mi hanno stupito la densità di concetti, il servizio d'ordine efficente e ordinato, il coinvolgimento dei partecipanti, i discorsi in italiano e arabo. Ho fatto una chiacchierata con un operaio milanese del comitato Libertà e democrazia per l'Egitto, che mi ha raccontato i motivi della protesta e la rabbia per l'indifferenza dei media.
Non saprei come schierarmi in questo tipo di situazioni, ho sempre paura di cadere in circoli viziosi in cui autoritarismi scacciano altri autoritarismi: ma le brutalità di questo governo militare mi sembra fuori di discussione. E informarsi, ascoltando le parole dei diretti interessati, non può fare che bene.