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venerdì 6 febbraio 2015

Clisteri, lupi, martiri e telenovele



 [Era dai tempi dei Murazzi che non vedevo così tanta gioia festaiola]

Febbraio: mese della depurazione, almeno volendo stare all’etimo latino (februare = purificare). A noi che non sopportiamo l’astrologia – se non nella forma di cartone animato giapponese degli anni ’80 – rimane rifugiarci nel senso delle parole, altrettanto arbitrario per carità, ma almeno non associato al faccione inebetito di Paolo Fox. E dunque mese delle purghe e dei clisteri, per chi ne avesse bisogno, ma anche mese della disciplina spirituale o dell’emancipazione corporale, ‘nsomma, qualsiasi cosa che abbia a che fare con una qualche forma di liberazione.
Un po’ me li immagino questi antichi romani, in preda alla febbre (che poi deriva dalla stessa parola, eh), che pregano la terribile dea etrusca Febris, che da come ne parlano doveva essere una bella stronza, da ingraziarsi più che da venerare… Certo, se la andavano a cercare, se è vero che la celebrazione alla dea Febris coincideva con i Lupercalia, il party più figo che sia mai stato inventato nella storia misconosciuta delle feste: un paio di dozzine di ragazzi nudi e spalmati di grasso, con indosso pelli di lupo, scorrazzavano per l’Urbe sacrificando pecore e spargendone gli umori un po’ dove capitava, per purificare la terra e propiziarne la rinascita, in onore del mio adorato Fauno; era anche un rito di iniziazione per i giovani, come la prima bevuta – le feste sono sempre servite a gozzovigliamenti del genere in effetti. Ora, ovviamente, fare tutto questo a febbraio non è che faccia poi così bene al sistema immunitario, capirete. E allora giù di bestemmie a quella milfona di Febris.
Poi la noia clamorosa della storia ha deciso di affossare questa gioiosa celebrazione, per sostituirla con San Valentino (ebbene sì, proprio nello stesso giorno, probabilmente per dare un altro motivo ai romanucci di festeggiare pur senza fare i paganucci), che per inciso con gli innamorati c’entrava proprio un cazzo ed era uno di quei bei martiri con due palle così, che si facevano decapitare piuttosto che porgere le immacolate terga al turpe imperatore.
Sarà un caso che si parli proprio di "febbre d'amore"...? L'omonima telenovela sarebbe un seducente, disgustoso caso di sincretismo culturale.

martedì 18 settembre 2012

Meditatio aestatis 2012 d.C. (a volte ritornano)



Il 21 marzo è l'80º giorno del calendario gregoriano (l'81º negli anni bisestili). Mancano 285 giorni alla fine dell'anno (onnisapiente Wiki). In ordine sparso, il 21 settembre Enrico V diventa re d’Inghilterra, viene completato il campo di concentramento di Dachau, la Namibia ottiene l’indipendenza dal Sud Africa, Napoleone promulga il Code civil des Français, passa la riforma sanitaria proposta da Obama, Carter annuncia il boicottaggio delle olimpiadi di Mosca, la Persia diventa Iran, Cawarfidae scrive un bellissimo post su Pippo Franco.
Ebbene oggi, 18 settembre, 261º giorno del calendario gregoriano (262º negli anni bisestili), quando mancano 104 giorni alla fine dell'anno, Cawarfidae riprende a scrivere. Tipo sei mesi di pausa, o faccio male i conti…?

C’è da dire che sono successe un sacco di cose nel frattempo.

Ho presentato il mio libro qui e li (si si, fisicamente “qui” e “li”, perché non ho superato il paio di uscite pubbliche).
Ho lasciato il collegio delle meraviglie.
Sono stato qui:


e qui:

e qui:

Ho anche finito gli esami, giusto ieri, opperbacco.
Insomma, non ho scritto una beneamata fava, romanzi poesie post riflessioni tesi, proprio niente di niente, manco canzoni o che so io. Adesso che sono nel delizioso limbo dei “laureandi”, posso finalmente pregustare il futuro da disoccupato che tanto inseguo e perseguo…!
E voi come state, feccia adorata? Prometto che mi impegnerò a scrivere e ve ne darò testimonianza, cascasse il mondo!

sabato 3 dicembre 2011

Meditatio de Autumno novo VII - inverno/inferno


Le temibili legioni romane erano solite riposarsi, in inverno. Contavano le campagne militari non in anni, ma in estati (Tacito, per esempio, ricorda che Vespasianus fortuna famaque et egregiis ministris intra duas aestates cuncta camporum omnisque praeter Hierosolyma urbis victore exercitu tenebat), e in latino il denomilane hiĕmo, “svernare”, è un termine tecnico del lessico militare.

Ora, non so se siano cambiati i tempi o se, come al solito, sono io che sono un po’ sfasato. Fatto sta che l’inverno che inizierà fra un paio di settimane si prospetta tutt’altro che pacifico. Innanzitutto per la sconsiderata idea di finire gli esami entro febbraio. Poi per i salti mortali che prevedibilmente farò fra Alba, Milano e Torino. Poi perché ho finito i soldi. Poi perché la tesi è ancora lì in un cassettino. Poi per mille altri casini piuttosto consueti.

Niente discorsi astrusi e finto-filosofici stavolta.

Vabbè, partire citando Tacito non è proprio una cosa normale, lo so.
Ma ammettere di avere qualche problema è il primo passo per guarire, no?

sabato 22 maggio 2010

Alius Carmen - "Ai faux ris, pour quoi traï avés"


Di Dante se ne parla tanto, ma mai troppo. Un paio di anni fa, sul mio vecchio blog, ebbi modo di constatare come Dante si fosse trasformato da incubo liceale ad auctoritas prediletta dopo giusto un paio di corsi universitari ben piazzati. Ora che nel medioevo ci sguazzo gaiamente, non posso che adorare alla follia Dante. Quello che mi ha sempre colpito dell'Alighieri è l'uso davvero disinvolto, espressivo, competente e diversificato della lingua.
Prova ne sarebbe questa composizione; dico "sarebbe" perchè, nonostante i critici siano oggi concordi nell'attribuirla a Dante, a lungo si è ritenuta spuria. La caratteristica principale della poesia è quella di essere scritta in tre lingue diverse: francese antico, latino e italiano; l'effetto è fortemente straniante e nonostante il tema, non dei più originali, il risultato è interessantissimo. Per farvi rendere conto della struttura linguistica del componimento, ho usato il grassetto per i versi in italiano, il corsivo per quelli in francese e il tondo per quelli in latino.


Ai faux ris, pour quoi traï avés
oculos meos? Et quid tibi feci,
che fatta m'hai così spietata fraude?
Iam audivissent verba mea Greci.
E selonch autres dames vous savés
che 'ngannator non è degno di laude.
Tu sai ben come gaude

miserum eius cor qui prestolatur:
je li sper anc, e pas de moi non cure.
Ai Dieus, quante malure
atque fortuna ruinosa datur
a colui che, aspettando, il tempo perde,
né già mai tocca di fioretto il verde.

Conqueror, cor suave, de te primo,
ché per un matto guardamento d'occhi
vous non dovris avoir perdu la loi;
ma e' mi piace che li dardi e i stocchi
semper insurgant contra me de limo,
dount je seroi mort, pour foi que je croi.
Fort me desplait pour moi,

ch'i' son punito ed aggio colpa nulla;
nec dicit ipsa: "malum est de isto";
unde querelam sisto.
Ella sa ben che, se 'l mio cor si scrulla
a penser d'autre, que d'amour lesset,
le faux cuers grant paine
an porteret.
Ben avrà questa donna cor di ghiaccio
e tant d'aspresse que, ma foi, est fors,
nisi pietatem habuerit servo.
Bien set Amours, se je non ai socors,
che per lei dolorosa morte faccio
neque plus vitam, sperando, conservo.
Ve omni meo nervo,
s'elle non fet que pour soun sen verai
io vegna a riveder sua faccia allegra.
Ahi Dio, quant'è integra.
Mes je m'en dout, si gran dolor en ai:
amorem versus me non tantum curat
quantum spes in me de ipsa durat.
Cianson, povés aler pour tout le monde,
namque locutus sum in lingua trina,
ut gravis mea spina
si saccia per lo mondo. Ogn'uomo senta:
forse pietà n'avrà chi mi tormenta.
(Dante, tutte le opere, Newton Compton editori, Roma 2007, pp. 769-770)



Breve sitografia